Annunziante il Regno di Geova
Annunziante il Regno di Geova
Venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo cosi in terra.
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Gerusalemme profetica nell’ascesa e nel tramonto
 
    Fu significativo che il fedele Abrahamo edificasse l’altare per sacrificarvi il suo diletto figlio Isacco su un monte del paese di Moria che Geova Dio aveva indicato. Diciannove secoli dopo in quella stessa regione Geova fece sacrificare i1 suo unigenito Figlio, poiché sul Monte Moria il re Salomone edificò il primo tempio di Gerusalemme. (Gen. 22:1, 2; 2 Cron. 3:1; 1 Cron. 21:18 ?no a 22:19) Quindi fu la località designata per il più grande sacrificio dell’universo, fatto che fu messo in risalto da Gesù quando disse: “Devo continuare a camminare oggi e domani e il giorno seguente, perché non è ammissibile che un profeta sia distrutto fuori di Gerusalemme. Gerusalemme, Gerusalemme, che uccide i profeti e lapida quelli che le sono mandati!” (Luca 13:33, 34, NW) La morte che subì fuori delle sue porte e alla vista del suo tempio sul Monte Moria rese la sua caduta per la seconda ed ultima volta inevitabile. Gerusalemme fu tolta di mezzo, affinché la più grande città che Abrahamo attendeva si vedesse più chiaramente con gli occhi della fede. “Poiché egli aspettava la città che ha vere fondamenta e il cui edificatore e creatore è Dio”. - Ebr. 11:10, NW.
    Ai giorni di Abrahamo la città che poi divenne Gerusalemme era nota come Salem, nome che significa “Pace”. Era la città del solo re e sacerdote di Geova che fosse sulla terra in quel tempo, Melehisedec, che si pensa non sia stato altri che Sem, il benedetto figlio di Noè, il cui Dio sarebbe stato Geova. Ma, a ragione, la Parola di Dio non ci dice il nome del padre e della madre né le informazioni relative al principio e alla fine della sua vita, per mostrare che egli non ricevette il sacerdozio da qualche uomo e che questo sacerdozio era per così dire senza fine. Il suo nome “Melchisedec” significava “re di giustizia”, ed egli era re della città di pace. Sotto questi aspetti avrebbe pre?gurato l’eterno Sommo Sacerdote del giusto mondo di nuovi cieli e nuova terra di Geova. (Ebr. 7:1-17) Melchisedec era in grado di benedire Abrahamo. Egli lo benedisse quando Abrahamo tornava trionfante dalla vittoria riportata sugli aggressori pagani del paese di Scinear, regione di Babilonia. “E Melchisedec re di Salem portò del pane e del vino, ed egli era sacerdote dell’Iddio Altissimo. Poi lo benedisse dicendo: ‘Benedetto sia Abramo dall’Iddio Altissimo, Creatore del cielo e della terra, e benedetto sia l’Iddio Altissimo, che ti ha dato in mano i tuoi oppressori!’ E Abramo gli diede un decimo di ogni cosa”. (Gen. 14:18-20, NW) Quella benedizione prediceva la gloriosa vittoria della promessa Progenie di Abrahamo, che si sarebbe sacrificata come il figlio di Abrahamo, Isacco, per la rivendicazione di Geova quale Dio Altissimo e per la benedizione di tutto il genere umano.
    Passarono più di 850 anni prima che la città di Melchisedec divenisse la Salem di cui il salmista ispirato cantò: “Iddio è conosciuto in Giuda; il suo nome è grande in Israele. Il suo tabernacolo è in Salem, e la sua dimora in Sion”. (Sal. 76: 1,2) Durante quel lungo intervallo Salem non vide avvenimenti notevoli. Quando ne sentiamo parlare di nuovo è nelle mani dei discendenti del maledetto Canaan, i Gebusei, ed èconosciuta quale Gebus. Geova fece con Abrahamo il patto di dargli tutto il paese di Canaan, compreso quello dei Gebusei e la loro città di Gebus, o Gerusalemme. Ma prima di ciò, i discendenti di Abrahamo avrebbero dovuto passare un periodo di grande prova, poiché, quando fece questo patto, Geova disse ad Abrahamo: “Sappi per certo che la tua progenie sarà residente temporanea in un paese non loro, ed essi dovranno servirli e questi certo li affliggeranno per quattrocento anni. Ma io giudico la nazione che serviranno, e dopo questo ne usciranno con molta proprietà. E tu te ne andrai ai tuoi antenati in pace; sarai sepolto dopo una buona vecchiaia. Ma nella quarta generazione essi torneranno qui, perché l’iniquità degli Amorrei non ha ancora raggiunto il colmo”. (Gen. 15:13-16, NW) L’innominato “paese non loro” in cui i discendenti di Abrahamo sarebbero stati resi schiavi fu l’Egitto, la prima potenza mondiale che ebbe a che fare con loro, la prima testa della bestiale organizzazione del Dragone dopo il Diluvio.
    La partecipazione al patto stipulate da Geova con Abrahamo per benedire tutte le famiglie e le nazioni della terra fu ereditata dal figlio Isacco e poi dal figlio di Isacco, Giacobbe. Giacobbe fu padre di dodici figli. A motivo della gelosia della maggior parte dei suoi fratellastri il diletto figlio di Giacobbe, Giuseppe, fu venduto in Egitto come schiavo. Data la sua integrità verso Geova Dio nelle più severe prove Giuseppe divenne miracolosamente governatore d’Egitto, presso il re Faraone. Durante la carestia di sette anni che allora colpì il mondo Giuseppe invitò il padre Giacobbe e gli undici fratelli a stabilire la loro residenza temporanea presso di lui in Egitto, nel paese di Goscen. Duecentoquindici anni dopo che il loro antenato Abrahamo aveva attraversato il fiume Eufrate entrando nella Terra Promessa, Giacobbe e la sua famiglia andarono in Egitto. Essi divennero qui una popolosa razza di dodici tribu secondo i dodici figli di Giacobbe e si chiamarono le “dodici tribù d’Israele”. - Gen. 49:28.
    Un certo tempo dopo la morte di Giuseppe sorse in Egitto un Faraone che non ebbe alcuna gratitudine per i preziosi servizi resi da Giuseppe al paese del Nilo durante gli anni di carestia e in seguito. Senza dubbio istigato dal potere invisibile che sosteneva il suo trono, cioè dallo spirito principesco diretto dalla prima testa del grande Dragone, questo Faraone adoratore di demoni cercò di annientare il popolo che ora aveva ereditato il patto stipulato da Dio con Abrahamo, le dodici tribù d’Israele. Oltre a prendere altre misure oppressive, egli li rese schiavi, come Geova aveva predetto ad Abrahamo. Ma come il grande Dragone aveva uno spirito principesco sopra l’oppressivo Egitto, Geova pure ebbe un angelo custode sopra il suo popolo d’Israele. Per suscitare un liberatore visibile che avrebbe tratto Israele dalla schiavitù d’Egitto, l’angelo di Geova apparve al pastore Mosè, nel cespuglio ardente del deserto arabico vicino al Monte Sinai, o Oreb, il monte di Dio. Al comando di Geova, Mosè tornò in Egitto e si presentò a Faraone chiedendo la liberazione degli Israeliti in nome di Geova.
    Faraone sfidò Geova e duramente rifiutò di lasciar andare il suo popolo. Piuttosto, aumentò le oppressioni su di loro. Quindi Geova eseguì il suo giudizio sopra l’Egitto, i suoi falsi dèi e il suo spirito principesco recando su Faraone e sul suo paese dieci piaghe devastatrici. La decima piaga, la morte di tutti i primogeniti d’Egitto il quattordicesimo giorno del mese di Nisan, infranse l’indurito cuore di Faraone che cacciò gl’Israeliti dal paese. Con questa decima ed ultima piaga gl’Israeliti non persero un solo primogenito, perché celebrarono ubbidientemente la cena pasquale, che Geova ora istituì fra gli Israeliti.
    Quindi quattrocentotrent’anni dopo il giorno che Abrahamo aveva attraversato l’Eufrate ed era entrato in vigore il grande patto di benedizione, gli Israeliti cominciarono la loro marcia per uscire dall’Egitto. (Eso. 12:40,41) Alcuni giorni dopo Faraone, udendo che la via della fuga degl’Israeliti era sbarrata dal Mar Rosso, radunò i suoi conduttori di carri e i suoi cavalieri e li inseguì per ricondurli alla schiavitù. Geova, mediante la sua guida angelica, aprì allora per il suo popolo un sentiero asciutto nel mare fino all’opposta riva arabica. Vedendo che la sua preda gli sfuggiva di mano, Faraone col suo celere esercito si lanciò pazzamente fra le mura acquee del mare. Avrebbe potuto lo spirito principesco d’Egitto tener sù quelle mura impedendo che cadessero sugli Egiziani? Mosè, sull’asciutta terra d’Arabia, si volse, alzò la verga con cui Geova l’aveva impiegato per compiere miracoli, e le mura d’acqua precipitarono sopra gl’inseguitori.
    “Lasciate ch’io canti a Geova, perché si è sommamente esaltato. Egli ha precipitato in mare cavallo e cavaliere. La mia forza e la mia potenza è Jah, poiché costituisce la mia salvezza”. (Eso. 15:1,2, NW) In questo modo il vivente e vero Iddio si fece un nome che non si sarebbe mai cancellato. Il suo atto di liberazione fece di Israele il suo popolo per ogni diritto. Non c’è da meravigliarsi se il re Davide poté esclamare: “E qual popolo è come il tuo popolo, come Israele, l’unica nazione sulla terra che Dio sia venuto a redimere per formare il suo popolo, e per farsi un nome, e per compiere a suo pro, cose grandi e tremende, cacciando d’innanzi al tuo popolo che ti sei redento dall’Egitto, delle nazioni coi loro dèi? Tu hai stabilito il tuo popolo d’Israele per esser tuo popolo in perpetuo; e tu, o Eterno [Geova], sei divenuto il suo Dio”, - 2 Sam. 7:23,24.
    La miracolosa colonna di nuvola condusse quindi gli Israeliti al Monte Sinai o Oreb. Ivi Geova fece d’Israele una vera nazione, un popolo che aveva un governo teocratico. Egli stabilì questo governo facendo ivi con loro un patto in aggiunta al patto stipulato con Abrahamo. (Gal. 3:17-19) Fu un patto di legge, con i Dieci Comandamenti per leggi fondamentali, e gli Israeliti affermarono di osservarlo affinché la loro nazione ricevesse la benedizione divina. Quarant’anni dopo, quando furono sulla sponda del fiume Giordano e in procinto di entrare nella terra promessa alla progenie di Abrahamo, Mosè disse loro: “Geova, il nostro Dio, fece un patto con noi in Oreb. Geova non fece questo patto con i nostri antenati, ma con noi, con tutti noi che siamo qui vivi oggi. Geova vi parlò faccia a faccia sul monte di mezzo al fuoco”. (Deut. 5:1-4, NW; 29:1; Eso. 19:1 fino a 24:8) Essi erano ora il popolo del suo patto, quelli che avevano volontariamente accettato d’essere gli schiavi ch’egli aveva redenti. Erano testimoni oculari di ciò che Geova aveva fatto per loro in Egitto, al Mar Rosso e durante i quarant’anni della loro peregrinazione nel deserto per prepararli ad entrare nella Terra Promessa. Erano una nazione di testimoni di Geova, nazione che aveva generata e formata col patto della Legge. Egli poteva giustamente dir loro nella profezia:
    “Ora così parla Geova, il tuo Creatore, o Giacobbe, Colui che t’ho formato, o Israele! Non temere, perché io t’ho riscattato, t’ho chiamato per nome; tu sei mio! I miei testimoni siete voi, dice Geova, voi, e il mio servo ch’io ho scelto, affinché voi lo sappiate, mi crediate, e riconosciate che son io. Prima di me nessun Dio fu formato, e dopo di me, non ve ne sarà alcuno. Io, io sono Geova, e fuori di me non v’è salvatore.” - Isa. 43:1, 10, 11, VR e AS.
    Israele fu una nazionale creazione di Dio. Il suo nome era su di loro, ed essi dovevano portare quel nome in modo onorevole, non in modo indegno. Dicendo che avrebbero ricevuto la benedizione divina se avessero ubbidito, Mosè dichiarò: “Tutti i popoli della terra vedranno che il nome di Geova è stato invocato su di te ed invero ti temeranno”. (Deut. 28:10, NW) Dio doveva ora dare alla nazione teocratica che aveva creata un territorio in cui avrebbe vissuto quale testimonianza nazionale alla sovranità universale del suo Dio Geova. Con un miracolo simile a quello che fece al Mar Rosso permise loro di attraversare il fiume Giordano in piena al comando del successore di Mosè, Giosuè. Geova non cedette completamente la terra agli Israeliti. Questo sarebbe stato troppo facile per loro; non avrebbe messo alla prova la loro fede e ubbidienza verso l’Idio con cui eran venuti a solenne patto. Con i termini di questo patto essi avevano ricevuto le istruzioni relative a ciò che dovevano fare quando entrarono nella Terra Promessa. Gli occupanti di quel tempo erano discendenti del maledetto Canaan ed erano condannati a morte per la loro malvagità ed impura adorazione di falsi dèi, demoni. Impossessandosi del paese con una lotta nella quale Geova Dio li avrebbe aiutati, gli Israeliti dovevano agire come giustizieri e distruttori degli impuri adoratori di demoni che si opponevano all’istituzione del governo teocratico nel paese dato da Dio. Purificando in tal modo il paese essi avrebbero sostenuto la sovranità di Geova sopra tutta la terra e si sarebbero protetti dal pericolo di contaminarsi in futuro con l’adorazione idolatra. Quando mostrarono fede e tolsero i maledetti idolatri dal paese, ‘Geova, l’Iddio d’Islaele, combatté per Israele’. - Gios. 10:14,42, NW; 23:3,10.
    Dopo sei anni nei quali assoggettarono in parte la Terra Promessa gli Israeliti pervennero ad un periodo di governo di giudici umani che furono rappresentanti visibili di Dio. Dio fu in realtà il loro invisibile Governatore, il loro Re. “Geova è colui che regnerà sopra di voi”, disse il giudice Gedeone. (Giud. 8:23, NW) E il giudice Samuele ricordò loro: “Geova, il vostro Dio, era il vostro re”. (1 Sam. 12:12, VR e AS; Deut. 33:5) Samuele disse questo, perché ora, verso la fine della sua vita, avevano chiesto un re visibile e mortale che fosse posto su di loro, come quelli delle nazioni pagane che li circondavano. Samuele, profeta di Geova, unse Saul quale loro primo re. Perciò del re d’Israele si parlò come dell’ “unto di Geova”. Saul, dopo aver abbandonato Geova suo Dio e aver cercato consiglio allo spirito medianico di En-Dor, morì in battaglia dopo un regno di quarant’anni. A causa della sua infedeltà verso Dio, Geova non lasciò che Saul desse inizio ad una dinastia reale in Israele, ma fece ungere Davide di Betlemme di Giuda come re nella città giudaica di Ebron. Con lui Geova Dio diede inizio ad una importante dinastia.
    Il re Davide assoggetta tutto il resto delle parti non conquistate della Terra Promessa. Assalì la fortezza di Gerusalemme che era ancora tenuta dai pagani Gebusei. (Gios. 15:63; Giud. 19:10-12) “Davide con tutto Israele si mosse contro Gerusalemme, che è Gebus. Quivi erano i Gebusei, abitanti del paese. E gli abitanti di Gebus dissero a Davide: ‘Tu non entrerai qui’. Ma Davide prese la fortezza di Sion, che è la città di Davide. ... E Davide abitò nella fortezza, e per questo essa fu chiamata ‘la città di Davide’ ”. (1 Cron. 11:4-7) Così avvenne che Gerusalemme, che in principio era un’impura città pagana, divenne la capitale del regno d’Israele. La fortezza o cittadella della città si chiamava Sion, nome che poi fu data all’intera città mentre s’ingrandiva.
    Mediante il suo profeta Mosè, Geova aveva ripetutamente parlato agli Israeliti circa la scelta di un luogo speciale della Terra Promessa per porvi il suo nome; esso sarebbe divenuto il centro dell’adorazione dell’intera nazione. “Cercherete il luogo che Geova vostro Dio avrà scelto fra tutte le vostre tribù per porvi il suo nome, onde vi risieda, e quivi andrete”. (Deut. 12:4,5, 11, 21, NW; 26:2) Gerusalemme, o Sion, fu il luogo che Geova scelse, poiché a suo tempo il re Davide fece portare la sacra arca del patto, che rappresentava la presenza di Geova in Israele, nella città di Davide o Sion e la fece mettere vicina al suo palazzo. Per questo avvenimento Davide compose un salmo e cantò: “Si rallegrino i cieli e gioisca la terra; dicasi fra le nazioni: ‘Geova regna’ ”. (1 Cron. 16:31, VR e AS) Quindi Geova scelse un posto a nord di Sion quale luogo del tempio che Dio aveva detto al re Davide sarebbe stato edi?cato dal figlio e successore Salomone, ed esso divenne parte della città. Qui in sette anni e mezzo il sapiente re Salomone edificò uno splendido tempio. Dio disse a Salomone: “Ho santificata questa casa che tu hai edificata per mettervi il mio nome in perpetuo”. (1 Re 9:1-3) Riguardo al successore di Salomone, suo figlio Roboamo, è scritto: “Regnò diciassette anni in Gerusalemme, nella città che Geova s’era scelta fra tutte le tribù d’Israele per mettervi il suo nome”. (1 Re 14:21, VR e AS) Essa divenne la città santa, che aveva il nome di Dio.
    All’altitudine di 777 metri sul livello del Mare Mediterraneo, Gerusalemme era più in alto di quasi ogni altra grande capitale della storia umana, essendo anche in cima ad un pendìo che si elevava di 1.005 metri dalla pianura del fiume Giordano presso Gerico, o di 1.160 metri dal livello del Mar Morto. Come sarebbero ben stati simbolizzati dalla situazione e dal significato della città santa i fatti di qualche cosa molto più alta e più grande della semplice città terrestre! Come poteva il salmista servirsi appropriatamente di Gerusalemme quale tipo profetico e cantare: “Grande è Geova e lodato altamente nella città dell’Iddio nostro, sul monte della sua santità. Bello si erge, gioia di tutta la terra, il monte di Sion, dalle parti del settentrione, bella è la città del grande”. (Sal. 48:1,2, VR e AS) Geova era il vero Re di Gerusalemme nei giorni del suo governo teocratico sopra Israele. Il re umano della linea di Davide era soltanto il suo visibile rappresentante terreno sul trono materiale del Monte Sion. Il trono in realtà era di Geova. Perciò fu scritto rispetto al successore di Davide: “Salomone si assise dunque sul trono dell’Eterno [Geova] come re, invece di Davide suo padre; prosperò, e tutto Israele gli ubbidì”. (1 Cron. 29:23) Salem, capitale dell’antico re Melchisedec, sacerdote dell’Iddio Altissimo, divenne dunque di nuovo la sede di un re teocratico e il centro del Suo sommo sacerdote.
    In ebraico città è di genere femminile e se ne parla come di una donna. Dei residenti o cittadini della città si parla come di suoi figli. Per esempio: “Celebra Geova, o Gerusalemme! Loda il tuo Dio, o Sion! Perch’egli ha rinforzato le sbarre delle tue porte, ha benedetto i tuoi figliuoli in mezzo a te”. “Si rallegri Israele in colui che lo ha fatto, esultino i figliuoli di Sion nel loro re”. (Sal. 147:12,13; 149:2, VR e AS; Isa. 54:1,13; Gioe. 2:23; 3:6) Sotto questo aspetto la fedele, teocratica Gerusalemme fu adoperata per rappresentare o simboleggiare la santa organizzazione invisibile di Geova, la sua teocratica organizzazione universale, la sua donna o moglie che alleva la Progenie promessa in Eden dopo la caduta dell’uomo nel peccato. A questa organizzazione, che era stata da molto tempo destinata a generare la progenie della donna per ferire alla testa il Serpente, furono veramente rivolte le parole profetiche: “Giubila, o sterile, tu che non partorivi! Da’ in gridi di gioia ed esulta, tu che non provavi doglie di parto! Poiché i figliuoli della derelitta saran più numerosi dei figliuoli di colei che ha marito, dice Geova. Poiché il tuo creatore è il tuo sposo; il suo nome è: Geova degli eserciti; ... Poiché Geova ti richiama come una donna abbandonata e afflitta nel suo spirito, come la sposa della giovinezza ch’è stata ripudiata, dice il tuo Dio. Per un breve istante io t’ho abbandonata, ma con immensa compassione io ti raccoglierò. Tutti i tuoi figliuoli saranno ammaestrati da Geova, e grande sarà la pace dei tuoi figliuoli”. - Isa. 54:1, 5-7, 13, VR e AS.
    La coniugale organizzazione celeste di Geova corrisponde non soltanto alla fedele e teocratica Gerusalemme che accettò l’unto Re di Geova, ma anche alla moglie libera d’Abrahamo, Sara, madre d’Isacco. Questa non è interpretazione privata dei testimoni di Geova. È l’ispirata interpretazione dello spirito di Dio. Infatti l’apostolo Paolo si volge dall’infedele, antiteocratica Gerusalemme dei suoi giorni che aveva rigettato l’unto Re di Geova e dice ai suoi fratelli cristiani: “Ma la Gerusalemme di sopra è libera, ed essa è nostra madre”. Dopo aver detto questo, cita Isaia 54:1, riportato nel nostro paragrafo precedente, e fa questo commento: “Ora noi, fratelli, siamo figli della promessa come lo fu Isacco”. Quindi Paolo cita le parole che la moglie libera di Abrahamo, Sara, rivolse alla sua schiava, e commenta: “Perciò, fratelli, noi non siamo figli della serva, ma della libera”. (Gal. 4:21-31, NW) È dimostrato pertanto che vi è una “Gerusalemme di sopra”, una Gerusalemme celeste, e che essa è la madre della promessa progenie raffigurata da Isacco per la benedizione di tutte le famiglie della terra. La donna designata da Geova Dio nell’Eden, in Genesi 3:15, che sarebbe stata la madre del feritore del Serpente è la Gerusalemme celeste, la sua invisibile, spirituale organizzazione teocratica.
    In Eden, Dio promise di porre inimicizia fra la sua donna e il grande Serpente, e fra la sua progenie e la progenie del Serpente. Col patto della legge che stipulò con la nazione d’Israele egli mise Israele contro l’adorazione demonica delle nazioni pagane e contro qualsiasi alleanza con le nazioni dell’organizzazione visibile del Serpente. Il Serpente e la sua progenie ricambiarono questa ostilità e operarono con persistenza per corrompere Israele e assoggettarlo. Il re Salomone, edificatore del tempio di Geova, si corruppe con l’idolatra adorazione demonica e morì infedele a Dio. Ma la dinastia regnante non fu tolta alla sua discendenza, poiché con uno speciale patto del regno stipulato col fedele re Davide Dio aveva dato la parola che la discendenza reale sarebbe rimasta nella casa di Davide fino alla venuta della Progenie della donna di Dio. (2 Sam. 7:1-17) Quindi durante il governo del successore di Salomone il regno fu diviso. Dieci tribù d’Israele si separarono e formarono per loro conto un regno settentrionale. Soltanto le tribù di Giuda e Beniamino e la sacra tribù di Levi col suo sacerdozio restarono fedeli alla casa reale di Davide e alla sua capitale Gerusalemme, sede dell’adorazione di Geova. Col passar del tempo lo spirito principesco posto sopra l’Assiria, rappresentato dalla seconda testa della bestia selvaggia del Dragone, acquistò dominio e cominciò ad attaccare il regno settentrionale delle dieci tribù d’Israele. Nel 740 a.C. l’Assiria se lo sottomise, ne distrusse la capitale e deportò gl’infedeli Israeliti in Assiria.
    La seconda testa del grande Dragone tentò quindi di colpire il regno di Giuda e la sua capitale, Gerusalemme. La capitale assira, Ninive, divenne la grande rivale della città santa. Ma quando, ai giorni del fedele re Ezechia, l’aggressore assiro Sennacherib minacciò Gerusalemme e ne biasimò il Dio, l’angelo di Geova (senza dubbio l’arcangelo Michele) fece tornare la progenie assira del Serpente a Ninive con 185.000 soldati in meno, uccisi tutti in una notte, a vendetta della sovranità universale di Geova. Poi la terza testa del Dragone, che dirigeva lo spirito principesco posto sopra Babilonia, assunse il dominio, e Babilonia divenne la grande rivale di Gerusalemme. Come rappresentavano queste due città tipiche sulla terra, la donna di Satana, che aveva figurativamente il nome di Babilonia, e la donna di Geova, la Gerusalemme celeste, si trovarono ora l’una contro l’altra in aperta ostilità. Nessuno dei re che sedettero sul trono di Geova nella Gerusalemme terrestre dimostrò di essere la progenie della donna di Dio. Nonostante gli zelanti sforzi di alcuni re devoti che cercarono di salvare la situazione, la discendenza regnante della dinastia di Davide portò la corruzione fino al punto che Geova ritenne bene abbattere quel regno teocratico dalle piccole proporzioni. Per far questo, fece riportare alla donna di Satana, Babilonia, un’apparente vittoria. Nel 607 a.C. la sua reale progenie, Nabucodonosor, re della terrestre Babilonia, riuscì a prendere Gerusalemme e i suoi nobili palazzi e, con sorpresa dei Giudei, il loro tempio profanato. Egli deportò la maggioranza dei Giudei superstiti, compreso il re Sedechia, nella provincia di Babilonia. Poco tempo dopo i poveri del paese che vi erano stati lasciati fuggirono con timore in Egitto, lasciando il luogo di rovine di Gerusalemme e la desolazione senza uomo o animale domestico del paese di Giuda.
    Sebbene il profeta Geremia avesse predetto tutto questo, egli pianse quando si adempì e pronunciò questa lamentazione: “Come mai siede solitaria la città già così popolata? Come mai è diventata simile a una vedova, quella ch’era grande fra le nazioni; ed è stata ridotta tributaria colei ch’era principessa fra le province? . . . I suoi avversari han preso il sopravvento, i suoi nemici prosperano; poiché Geova l’ha afflitta per la moltitudine delle sue trasgressioni; i suoi bambini sono andati in cattività, davanti all’avversario. E dalla figliuola di Sion se n’è andato tutto il suo splendore; … Gerusalemme ha gravemente peccato; perciò è divenuta come una cosa impura; tutti quelli che l’onoravano la sprezzano, perché han visto la sua nudità; ella stessa, sospira, e volta la fascia. La sua lordura era nelle pieghe della sua veste; ella non pensava alla sua fine; perciò è caduta in modo sorprendente, non ha chi la consoli. ... Colui che ci fa respirare, l’unto di Geova, e stato preso nelle loro fosse; egli del quale dicevamo: ‘Alla sua ombra noi vivremo fra le nazioni’. ... tu, o Geova, regni in perpetuo; il tuo trono sussiste d’età in età. Perché ci dimenticheresti tu in perpetuo, e ci abbandoneresti per un lungo tempo? Facci tornare a te, o Geova, e noi torneremo! Ridonaci dei giorni come quelli d’un tempo!” - Lam. 1:1-9;  4:20; 5:1-21, VR e AS.