Annunziante il Regno di Geova
Annunziante il Regno di Geova
Venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo cosi in terra.
Questo è il sito ufficiale dell' Associazione Internazionale Testimoni di Geova

Lo studio della bibbia

 
 
    I “GRANDI critici” religiosi vorrebbero derubare Dio di una delle Sue più vigorose risposte all’avversario Satana. Secondo loro, Giobbe è un personaggio irreale, creato dalla mente di un immaginoso novelliere. Alcuni ammettono che l’uomo Giobbe potrebbe aver vissuto e sostenuto alcune prove entro limiti moderati, ma non ammetteranno niente di ciò che narra il Racconto Divino. Il libro di Giobbe è storia vera. Giobbe non è semplicemente un personaggio allegorico. Geova lo nomina insieme ai Suoi testimoni Noè e Daniele, la cui effettiva esistenza non è messa in dubbio. (Ezech. 14:14-20) In Giacomo 5:11 la paziente sopportazione dell’afflizione da parte di Giobbe è indicata come un esempio ai perseguitati Cristiani. Solo un personaggio reale potrebbe convincere i Cristiani che per grazia di Dio “si può riuscire!” Il libro palpita mirabilmente di av-venimenti drammatici suscitati dalla sfida di Satana che gli uomini nella prova non manterrebbero l’integrità verso Geova, e che in circostanze dolorose si allontanerebbero da Dio maledicendolo. L’incrollabile integrità di Giobbe smentì la falsa pretesa dell’avversario e dimostrò verace la causa di Geova. Ma i critici religionisti vorrebbero togliere a Dio questa risposta vivente, pretendendo che Giobbe sia un personaggio inventato e non un uomo vero che mantenne l’integrità nella prova. Non è forse questo che il Diavolo desidera?
    Appropriatamente, il nome di Giobbe significa “odiato; tormentato; perseguitato”. Giobbe visse nel paese di Uz, che dalle evidenze contenute nel libro di Giobbe risulta si trovasse nella parte settentrionale di ciò che è chiamato Deserto Arabico, il quale si estende ad est e a sud della Palestina. Il paese prese nome dal suo primo abitante, Uz, figlio del fratello di Abrahamo, Nahor. Quindi Giobbe fu un pronipote di Abrahamo. Le parole di Geova inerenti a Giobbe: “Non ce n’è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male”, pare che determinino il tempo in cui Giobbe visse. (Giob. 1:8) Fu un tempo nel quale nessuno sulla terra nemmeno tra gli Israeliti, eccetto Giobbe, era retto verso Dio e lo temeva. Tale tempo risulta essere stato un periodo di 64 anni, che va dalla morte di Giuseppe alla nascita di Mosè. (1657-1593 a.C.) In quel tempo gli Israeliti erano in Egitto e si erano considerevolmente contaminati con la religione demonica. Nessuno di loro sarebbe stato uguale a Giobbe per devozione verso Geova; per la causa di Dio non ci sarebbe stato ‘nessuno sulla terra come lui’.
    L’opinione che Mosè abbia scritto il libro di Giobbe è sostenuta da notevoli prove indirette e perfette concordanze con quanto è stato detto circa la vita e la prova di Giobbe. Un paragone del poema di Giobbe con i componimenti poetici di Mosè (Eso. 15; Deut. 32) mostra che intere frasi sono identiche, e che le parti di Giobbe scritte in prosa assomigliano al linguaggio e allo stile dei Pentateuco anche di più che qualsiasi altro scritto della Bibbia. Dalla concisa bellezza ed espressione ritmica dell’ebraico di Giobbe è chiaramente visibile che il libro fu originariamente scritto in quella lingua e non è una traduzione dall’arabo. Chi più di Mosè era in grado di raccogliere e scriverne le informazioni? Mosè senza dubbio venne a conoscenza di tutto intorno alla prova di Giobbe quando fuggì dall’Egitto e abitò per quarant’anni a Madian, paese situato a sud di Uz. In quel tempo pare che Giobbe vivesse la sua vita miracolosamente prolungata, e sem-bra che morisse dopo che Mosè fu tornato in Egitto ed ebbe avviato gli Israeliti nel loro viaggio di quaranta anni nel deserto. Mentre nel suo cammino verso la terra promessa Mosè passava nelle vicinanze, avrebbe ben potuto verificare la completa età di Giobbe, e riportarla, terminando così gli ultimi versetti del libro di Giobbe.
    Il contenuto del libro richiama ora la nostra attenzione. Dopo una breve dichiarazione circa l’integrità di Giobbe, la sua famiglia, i suoi possedimenti e i suoi sacrifici, allo sguardo intento degli occhi della fede vengono mostrate le alte corti celesti di Geova. Un giorno in cui i figli di Dio facevano rapporto, si presentò anche il ribelle sfidante, Satana. Rispondendo a Dio che richiama la sua attenzione sull’integro Giobbe, il Diavolo calunniò: “È egli forse per nulla che Giobbe teme Iddio? Non l’hai tu circondato d’un riparo?” Egli sostenne che le creature fedeli servivano solo per ciò che ne ricevevano, che Dio le colmava di doni e proteggeva con ripari in modo che Satana non era libero di porle a dura prova. Geova affrontò apertamente la contesa: “Ebbene! tutto quello che possiede è in tuo potere”. Sataniche calamità vengono in rapida successione: i buoi, gli asini, le pecore, i cammelli, e molti servitori di Giobbe furono rubati o distrutti; un ciclone si abbatté sulla casa dove i suoi figli pranzavano e li uccise tutti. Ma l’integrità di Giobbe restò incrollabile, (1:1-22) Per una seconda volta si offre allo sguardo la scena dei cieli; e questa volta è la carne di Giobbe che Satana desidera affliggere. Ancora Geova raccoglie il guanto di sfida, e Satana usa il proprio potere per colpire Giobbe con una malattia ulcerosa, ritenuta da molti elefantiasi, la più paurosa specie di lebbra. Che astuzia diabolica questa, scegliere una malattia considerata come una maledizione di Dio! Fu allora che i tre “amici” di Giobbe, Elifaz, Bildad e Tsofar, giunsero con grande sfoggio di gemiti a dare falso conforto. (2:1-13) Questo prologo di due capitoli in stile prosastico pone il fondamento per il poema drammatico e argomentativo che segue, dal capitolo 3, versetto 1, al capitolo 31, versetto 40, e dal capitolo 32, versetto 6, al capitolo 42, versetto 6.
    Giobbe comincia con un lamento sulla vita, e quindi ascolta tre discorsi di Elifaz, tre di Bildad e due di Tsofar; dopo ciascuna delle otto arringhe religiose Giobbe pronuncia una efficace confutazione, e alla fine riduce al silenzio le loro lingue maldicenti. Lo scopo dei loro argomenti era di convincere Giobbe d’aver commesso peccato di nascosto e malvagità ipocritamente celate al pubblico, e che questa era la causa dei suoi guai. Egli avrebbe dovuto imitar loro, e così non avrebbe sofferto, dicevano. Ma la visione di quanto era accaduto nelle corti celesti ha rivelato ai lettori la satanica origine dei guai. Nella sua confutazione degli argomenti di questo trio di “consolatori molesti” Giobbe pronunciò una poderosa testimonianza riguardo al Vendicatore di Geova e suo Redentore e dichiarò la sua fede nel Nuovo Mondo. (32:12; 14:13-15; 19:25-27) Non solo Giobbe ridusse al silenzio i suoi religiosi tormentatori, ma inflisse una mordace sconfitta al Diavolo, poiché disse: “Fino all’ultimo respiro non mi lascerò togliere la mia integrità”. (27:5).
    Dopo la sconfitta dei falsi amici Elihu, un giovane che seduto accanto a loro ha ascoltato tutti gli argomenti pro e contro, prende la parola. La sua ira si accende contro i tormentatori di Giobbe “perché non trovarono una risposta, e condannarono Dio” mettendosi dalla parte del Diavolo e contro il testimone di Dio. (32:3, Roth.) Egli prosegue correggendo Giobbe, il quale si preoccupava troppo di giustificare la creatura, piuttosto che della rivendicazione di Geova. Elihu vede il bisogno della rivendicazione di Geova. Subito dopo le parole di correzione di Elihu il potente Geova Dio stesso parla maestosamente dalla tempesta, e chiarisce perché Egli era giusto permettendo che Giobbe fosse così duramente perseguitato e maltrattato da Satana il Diavolo. Egli mette in rilievo la piccolezza dell’uomo richiamando l’attenzione sulle opere creative, che trascendono la conoscenza, il controllo e la cura dell’uomo; illumina Giobbe, che subito si umilia, intorno alle due organizzazioni, quella di Dio e quella del Diavolo; fa comprendere a Giobbe l’impossibilità dell’uomo di combattere l’organizzazione del Diavolo, che è simile al leviatan, se non ha un aiuto superiore a quello terrestre, l’aiuto di Dio. Giobbe comprende ora il supremo diritto di Dio di agire con le creature come Egli vuole, riconosce la fallacia dei propri ragionamenti, si pente e mostra che il suo intendimento è stato grandemente accresciuto. Il sublime poema di elevata bellezza lascia il pentito Giobbe “sulla polvere e sulla cenere”.
    Ma quale subitaneo e completo cambiamento negli ultimi undici versetti, che tornano alla forma prosastica dei due capitoli iniziali, formando l’epilogo del libro! Ai tre “amici” di Giobbe è indicata una via di scampo. Essi devono ottenere che Giobbe interceda e sacrifichi per loro. Il pentimento di Giobbe è accettevole a Dio ed Egli benedice Giobbe col doppio di ciò che aveva prima delle prove che gli avevano portato via possedimenti, figli, ricchezza e quasi la vita stessa. I fratelli ed i precedenti amici di Giobbe si affollano intorno a lui confortandolo e dandogli doni. Gli nascono dieci dei figli, e nei 140 anni della sua vita miracolosamente prolungata egli sopravvive per vedere la sua progenie fino alla quarta generazione. Certo mantenendo l’integrità alla fine si riceve ricompensa!