Annunziante il Regno di Geova
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Venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo cosi in terra.
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Lo studio della bibbia

 
 
    Gli Israeliti soggiornarono nel deserto per quarant’anni. I racconti di Esodo e Levitico vanno appena oltre il primo anno, e Deuteronomio riprende il racconto solo dal punto finale del quarantesimo anno. La lacuna storica dei trentotto anni e nove mesi è superata dal libro di Numeri. (Num. 1:1; Deut. 1:3) Poiché questo libro comprende la maggior parte del periodo di quarant’anni e narra il viaggio degli Israeliti durante la loro marcia nel deserto, gli Ebrei lo chiamano Bemidebàr, che significa “nel deserto”. Essa è la quarta parola del primo versetto del libro nelle Bibbie ebraiche. È una designazione del libro nel suo insieme più corretta di quella del nome “Numeri”, derivato dall’identico titolo latino della Vulgata e dall’ “Arithmoì” della Versione dei Settanta. Quest’ultimo nome si può logicamente applicare tutt’al più a cinque capitoli (1-4, 26). Gli Ebrei, seguendo la loro abitudine, chiamano il libro anche con le sue parole iniziali, Vayedabbèr (“ed egli parlò”).
    Il grande Autore della Bibbia è stato pure il suo grande Preservatore. Malgrado tutto quello che i suoi nemici abbiano tentato di fare per distruggerla, sia che fossero deisti, agnostici, atei, pagani o Cristiani professanti, Geova Dio ha provveduto che fosse adempiuta la sua promessa che dice: "La vegetazione appassisce, e il fiore cade, ma la parola detta da Geova dura per sempre". No, la Bibbia NON è un libro anche con le sue parole iniziali, Vayedabbèr (“ed egli parlò”).
    Notate che anche qui, come in Levitico, il libro comincia con la congiunzione “e”, che lo collega definitamente a ciò che è stato detto prima. Esso è senza dubbio una parte di ciò che fu originariamente un libro, che si è già dimostrato esser stato scritto da Mosè. Egli è espressamente identificato in Numeri come il suo scrittore: “Or Mosè mise in iscritto le loro marce, tappa per tappa, per ordine dell’Eterno”. “Tali sono i comandamenti e le leggi che l’Eterno dette ai figliuoli d’Israele per mezzo di Mosè”. (Num. 33:2; 36:13) In successivi libri della Bibbia Numeri è ricono-sciuto come parte della legge mosaica. Come prova, si paragoni Giosuè 4:12 con Numeri 32:20-22, 29; 2 Cronache 31:3 con Numeri 28:1-31; e Matteo 12:5 con Numeri 28:9,10.
    Diversamente che per Esodo e Levitico, il completamento di Numeri non avvenne prima dell’arrivo degli Israeliti nelle pianure di Moab, verso la fine del quarantesimo anno. Numeri, come è stato precedentemente spiegato, abbraccia un periodo di trentotto anni e nove mesi. I primi capitoli potrebbero essere stati scritti all’inizio di quel periodo, ma almeno dal ventesimo capitolo in poi il racconto parla del quarantesimo anno. Infatti, non è possibile dichiarare in maniera specifica quando alcuno dei primi cinque libri della Bibbia sia stato scritto da Mosè. Il solo fatto che gli avvenimenti finali narrati da Numeri ebbero luogo nelle pianure di Moab verso la fine del viaggio di quarant’anni non significa che l’intero libro di Numeri sia necessariamente stato scritto in tal luogo. Se si seguisse questo principio si dovrebbe dedurre che tutti e cinque questi primi libri della Bibbia siano stati scritti nell’undicesimo mese del quarantesimo anno, perché tutti furono originariamente un solo libro e gli avvenimenti finali ebbero luogo alla fine del quarantesimo anno.
    Si dovrebbe ricordare che Mosè non si mise all’opera in cinque tempi diversi per scrivere i primi cinque libri. Egli non fece tale divisione dei suoi scritti. Né aspettò fino alla fine del periodo di quarant’anni per scrivere in una sola volta tutto ciò che ora costituisce i primi cinque libri. Al principio del soggiorno di quarant’anni egli ebbe il comando di scrivere. (Eso. 17:14) Senza dubbio subito dopo egli cominciò a ubbidire a questo comando. È ragionevole ritenere che dopo aver scritto ciò che ora è Genesi e aver portato il racconto fino al proprio tempo Mosè abbia tenuto il racconto aggiornato con aggiunte di tanto in tanto. Su questo fondamento è stato dichiarato nelle precedenti lezioni che il materiale ora conosciuto come Esodo e Levitico fu forse messo per iscritto al Monte Sinai. Un ragionamento consimile sosterrebbe che il materiale di Numeri fosse aggiunto alla narrazione divina col passar del tempo, e non compilato tutto in pochi giorni alla fine del lungo periodo di tempo che vi è incluso. Prima di lasciare questo argomento del tempo è da notare che il racconto di Numeri non segue uno stretto ordine cronologico. I primi quindici versetti del nono capitolo citano avvenimenti accaduti non nel periodo che intercorre dalla fine di Levitico al principio di Deuteronomio, ma nel mese precedente, periodo, a quanto pare, compreso da Levitico. (Num. l:l; 9:l).
    Numeri mette insieme narrazione storica e scritto legislativo, e perfino qualche poesia ebraica di grande vigore e bellezza (6:24-26), per esporre ai suoi lettori i fatti essenziali del soggiorno nel deserto. Notevole nel suo racconto è la ben compatta organizzazione della “città” viaggiante di milioni d’Israeliti. Gli uomini di guerra furono contati. A ciascuna tribù fu assegnato il suo posto di accampamento intorno al tabernacolo; a ciascuna tribù fu assegnato il suo posto nell’ordine di marcia. Segnali di tromba regolavano la vita del campo. Mosè ne era responsabile per nomina teocratica, e alle sue dipendenze settanta servitori di organizzazione sbrigavano le attività del campo. Al disopra di tutti, il grande Teocrata vigilava e dirigeva. Egli era colui che governava i loro movimenti, indicando con la nuvola di giorno e col fuoco di notte quando dovevano mettersi in marcia e quando dovevano restare accampati.
    Specialmente organizzati erano i Leviti. Essi erano contati separatamente dagli uomini di guerra, poiché per decreto divino dovevano avere la completa esenzione dagli obblighi militari. A loro fu affidata la cura del tabernacolo; non erano soggetti all’addestramento e servizio militare. (1: 47-54) I Leviti erano divisi in tre gruppi secondo la loro discendenza dai tre figli di Levi (Gherson, Kehath e Merari); e i loro doveri relativi al tabernacolo e il loro incarico nel campo erano determinati secondo questa divisione per famiglie. Il tempo del loro servizio era stabilito da venticinque fino a cinquant’anni d’età, dopo di che avevano l’incarico di sorveglianti e consiglieri. (8:23-26) Un’altra istruzione di servizio comprende quelli fra l’età di trenta a cinquanta anni, e specifica l’assegnazione del loro lavoro nel trasporto del tabernacolo. (4:3, 23, 30) Il più lungo periodo di servizio menzionato nell’ottavo capitolo considera probabilmente il periodo di cinque anni di addestramento e prova, dall’età di venticinque anni a quella di trenta. I pieni privilegi del servizio sacerdotale cominciavano all’età di trent’anni, ed erano limitati ad Aaronne e ai suoi discendenti.
    Gran parte del racconto di Numeri tratta le leggi inerenti a sacrifici, feste, gelosie, eredità, città levitiche e città di rifugio, voti, ed altre prescrizioni. Il resto del contenuto del libro è per lo più storico, e fornisce i particolari del viaggio degli Israeliti nel deserto, delle loro prove e tribolazioni, delle loro ribellioni e punizioni, delle loro lamentele ed espulsioni, e delle loro liberazioni e conquiste. Con spirito mormoratore il popolo desidera avidamente la carne; commette il peccato di Baal-Peor; è colpito da piaghe; due volte c’è ribellione contro l’ordine teocratico (Maria ed Aaronne contro Mosè; e alcuni Leviti, capeggiati da Kore, Dathan e Abiram, cercano di usurpare il sacerdozio affidato ad Aaronne e ai suoi figli) ; Geova concede la vittoria contro gli Amorrei e Sihon e Og; gli sforzi del re Balak di far maledire Israele da Balaam risultano solo in benedizione; i Madianiti sono saccheggiati e Balaam è ucciso; e anche Mosè perde il privilegio di entrare nella Terra Promessa, a causa della trasgressione. (20:10-12) Aaronne partecipa a quest’ultimo peccato, e anche a lui è vietato quindi di entrare in Canaan. Nel quarantesimo anno ad Eleazaro viene affidato l’incarico di Aaronne di sommo sacerdote, e Giosuè riceve l’incarico quale successore di Mosè. Nel conto finale degli Israeliti nelle pianure di Moab ci furono 601.730 persone (maschi da 20 anni in su, e i Leviti esclusi); solo due di queste, Caleb e Giosuè, i due fedeli dei dodici inviati per esplorare il paese di Canaan, facevano parte anche degli originali 603.550 di circa trentanove anni prima. Perciò la condanna di Geova contro una generazione ribelle fu adempiuta alla lettera. (14:26-35) Infine furono date istruzioni per assegnare quarantotto città della Terra Promessa ai Leviti, delle quali sei dovevano essere riservate come “città di rifugio” perché vi si rifugiassero quelli che commettevano omicidio involontariamente.
    L’autenticità di Numeri è provata dai seguenti fatti: Molte prescrizioni di Numeri sono adatte soltanto alla vita nel deserto e nel campo, il che dimostra che la narrazione fu fatta in queste condizioni. (33:2) Il candore dello scrittore testifica la veridicità del racconto. Egli non nasconde i peccati della sua nazione o della sua propria tribù. Anzi, il racconto rivela l’infedeltà dei nipoti dello scrittore (uccisi dal Signore perché offrirono strano fuoco) e la condotta sediziosa del suo proprio fratello e della sua propria sorella. Egli non risparmia nemmeno se stesso, narrando il suo peccato che non gli permise di entrare nella Terra Promessa. (20:7-12, 24).
    La canonicità di Numeri è ulteriormente confermata dai riferimenti ai fatti riportati in questo libro o da citazioni dirette fatte da altri ispirati testimoni di Geova. Il profeta Michea si riferisce al racconto di Numeri, in Michea 6:5. Gesù fa riferimento a Numeri e a Mosè, in Giovanni 3:14 e 5:46. Paolo conferma il racconto di Numeri relativo ai serpenti che distrussero il popolo (1 Cor. 10:9) e al peccato di Baal-Peor (1 Cor. 10:8); Pietro e Giovanni si riferiscono entrambi al peccato di Balaam riportato in Numeri, mentre Giuda si riferisce sia alla ribellione di Kore che a quella di Balaam. (2 Piet. 2:15, 16; Apoc. 2:14; Giuda 11) Inoltre, essendo originariamente parte di uno stesso rotolo, la sua canonicità è anche provata dall’evidenza addotta per gli altri quattro libri di tale rotolo originale, ora collettivamente chiamati Pentateuco.